Elogio dell’imperfezione


Ovvero note invernali su impressioni estive

Correva l’anno 2013 e in un momento di intensa lucidità mi misi a riflettere sul significato del perfezionismo nella mia vita e, beninteso, in quella delle persone più in generale. All’epoca il perfezionismo aveva raggiunto in me livelli tali da impedirmi di portare a termine qualunque tipo di compito o lavoro.

Avevo da poco letto il saggio di Pavel Florenskij sulla prospettiva rovesciata e le sue conclusioni sulla trasgressione delle regole prospettiche mi avevano riportato alla realtà. In particolare Pavel Florenskij faceva riferimento al fatto che in tutti i grandi capolavori dell’arte rinascimentale le regole prospettiche fossero state infrante in modo sistematico. Queste impressioni si depositarono in profondità nella mia coscienza e mi indussero a portare maggiore consapevolezza nelle mie manie di perfezionismo.

L’illuminazione sopraggiunse poi nel corso di una passeggiata per il Mercato del Capo di Palermo. Il disordine e la bellezza dell’archittetura della città mi scossero a tal punto, che fui costretto a rimettere in discussione tutti i miei automatismi mentali. Arrivai alla conclusione che la perfezione è fatta (anche) di grandi imperfezioni.

Riporto qui di seguito, in forma leggermente edulcorata, le intuizioni di allora.

Caro diario…

Prima di addormentarmi vorrei lasciare per iscritto una riflessione su quella che considero una delle principali afflizioni di buona parte del genere umano: il perfezionismo e, va da sé, la ricerca della perfezione. In alcuni individui questa afflizione può arrivare a livelli tali da portare all’autosabotaggio di ogni ispirazione e alla distruzione di tutto ciò che non rispetta i rigorosi canoni imposti da questa ossessione. E l’iconoclastia ossessiva e patologica che ne deriva non risparmia nulla e nessuno: non risparmia le relazioni, non risparmia le amicizie e non risparmia se stessi, il proprio modo di essere o di fare.

Al giorno d’oggi questa ossessione-patologia verrebbe definita mania, non fosse che questo termine ha per me una valenza, oserei dire, sacra. Mi riferisco ovviamente alla mania greca, platonica, vale a dire a quella facoltà dell’essere umano, che al pari della dialettica, intesa come modalità di costruire razionalmente una verità inconfutabile e incontrovertibile, gli permetterebbe di arrivare direttamente alle porte dell’episteme, ovvero quel sapere che sta in piedi da solo: inconfutabile e incontrovertibile appunto.

Ebbene, qualche mese fa passeggiavo per le vie di Palermo e questa città ha lasciato vive e profonde impressioni nella mia psiche. In particolare Palermo deve avermi fatto capire che la vera perfezione sta aldilà della perfezione stessa, cioè aldilà di quella parvenza di perfezione chiusa e ingabbiata in un canone fatto di sole regole e morbose simmetrie. Palermo è caotica, rumorosa, sporca e maleodorante. Palermo è come un grande suq arabo. Ma proprio per questa ragione, Palermo è incredibilmente bella e armoniosa. In una parola Palermo è perfetta. Ed è perfetta perché nel suo essere caotica, rumorosa, sporca e maleodorante, Palermo racconta una storia che affonda salde radici in un’epoca antichissima. In questo senso, è possibile scorgere un equilibrio di incredibile armonia tra lo squallore del quartiere Zen, gli odori del Mercato del Capo e la bellezza delle cupole rosse di San Cataldo o San Giovanni degli Eremiti. Tutti questi elementi fanno parte di una stessa storia, la cui trama è stata magistralmente costruita dal passare dei secoli e degli anni.

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Venendo dunque alla morale e alle conclusioni, ora che la stanchezza è tale da procurarmi qualche piccola amnesia, credo che sia giusto riscoprire la Palermo che giace in ciascuno di noi. In altre parole, credo che sia il caso di riscoprire la nostra capacità innata di essere come Palermo: bella, armoniosa e autentica. Non si tratta di un compito facile dal momento che occorre conciliare i contrari e le nostre contraddizioni, gli aspetti di noi stessi che non ci piacciono e che si considerano negativi, con quegli gli aspetti sempre di noi stessi che invece riscuotono l’approvazione dei più. Ma vale la pena farlo, perché questo è l’unico modo possibile di essere perfetti.

P.S. Per chi non lo sapesse, Note invernali su impressioni estive è un famoso scritto di Fedor Dostoevskij, che raccoglie le sue impressioni sul suo primo viaggio in Europa Occidentale. 

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