A ciascuno il suo perché


Ecco spiegato perché esistono dei perché migliori

Causa di ogni cosa è il suo scopo.

Igor Sibaldi

La lingua russa utilizza due modi di chiedere perché

Il primo consiste nell’uso dell’avverbio interrogativo počemu, che è composto dalla preposizione po- e dal dativo di čto, corrispondente all’italiano cosa? Počemu può essere dunque tradotto con le locuzioni per quale ragione?, per quale motivo? ed esprime una richiesta di informazioni sulle cause che si celano dietro un determinato stato di cose.

Il secondo modo di cui il russo si avvale per chiedere perché consiste nell’utilizzo dell’avverbio interrogativo začem. Questo avverbio è composto dalla preposizione za- unita allo strumentale di čto, il quale, come abbiamo visto, corrisponde all’italiano cosa? e significa a che pro? a quale scopo?

Facendo un raffronto fra i due avverbi, notiamo subito che il primo – počemu – è centrato sull’origine di uno stato o di un’azione, mentre il secondo – začem – ne indaga principalmente la direzione e lo scopo. In italiano questa distinzione non viene espressa a livello lessicale, se non facendo ricorso alle locuzioni sopraccennate: per quale ragione? e a quale scopo?

Esiste un perché migliore?

Ora, la domanda sorge spontanea: è davvero importante sapere a quale perchè si fa riferimento quando si pone una domanda? La risposta è senz’altro affermativa ed è un peccato che l’italiano non disponga a livello lessicale di questa distinzione. Tuttavia noi, da parte nostra, abbiamo la facoltà di essere consapevoli di ciò che vogliamo esprimere e tutte le volte che se ne presenta l’occasione, possiamo distinguere tra la causa e lo scopo di un determinato stato.

Proviamo a fare un esempio e vediamo a che pro operare questa distinzione. Oggi mi sento particolamente ansioso e mi domando “Perchè?” Se mi concentrassi sulle cause del mio malessere, potrei scoprire che ho molti lavori da portare a termine, che non so se riesco ad arrivare a fine mese o che, forse, la relazione tra me e il mio partner si sta lentamente sgretolando.

Se però provassi a focalizzarmi sullo scopo racchiuso nel mio stato d’animo, scoprirei che probabilmente la mia ansia vuole portarmi a prendere determinate decisioni o a compiere azioni che siano benefiche per me stesso e la mia psiche. Per esempio, potrebbe spingermi ad utilizzare al meglio le mie energie creative in ambito professionale o magari potrebbe indurmi a interrompere una relazione che non ha più nulla da dirmi in termini di evoluzione personale.

a ciascuno il suo perchéEcco che chiedersi perché in uno o nell’altro senso significa cambiare radicalmente prospettiva. Ho l’impressione che il secondo tipo di perchéa che pro?, a che scopo? – venga utilizzato troppo poco, complice l’ambiguità lessicale dell’italiano. Il primo tipo, invece – per quale motivo?, per quale ragione? – viene usato anche quando non necessario, vale a dire là dove un’ulteriore ricerca delle cause sarebbe del tutto inutile ai fini della risoluzione di un problema.

E se provassimo a sostituire questo primo tipo di perché con il secondo, saremmo probabilmente in grado scoprire che abbiamo la chiave per risolvere una moltitudine di problemi. Suggerisco pertanto di chiudere questo articolo con la promessa fatta a se stessi di chiedersi più spesso perché, a che pro?, a che scopo?

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